venerdì 13 gennaio 2012

Network anticapitalista - ACN/AKN

Data la totale condivisione dei 5 punti, in cui ci riconosciamo pienamente, la crew di Stop Capitalismo ha deciso di supportare il network ACN/AKN.

domenica 11 dicembre 2011

Presenti al presidio anticapitalista!

Sabato 3 dicembre anche attivisti di Stop Capitalismo erano presenti al presidio anticapitalista di Milano assieme a diverse realtà italiane ed europee. La lotta anticapitalista prosegue! Smash capitalism!







mercoledì 20 luglio 2011

I DANNI DI UN CAPITALISMO SENZA REGOLE

Articolo di Stiglitz:

Solo pochi anni fa una potente ideologia, il credo nei mercati liberi e senza regole, portò il mondo a un passo dalla rovina. Anche al suo apice, dai primi anni ’80 fino al 2007, il capitalismo regolato sul modello statunitense ha veicolato un gran benessere materiale solo ai più ricchi delle nazioni più ricche del mondo.

In effetti, nel corso dell’ascendente trentennale di questa ideologia, la gran parte degli Americani ha visto i propri introiti calare o stagnare anno dopo anno.

Inoltre, la crescita produttiva negli Stati Uniti non era economicamente sostenibile. Con tanto reddito nazionale nelle mani di così poche persone, la crescita poteva continuare solo grazie al consumo finanziato da una sfilza sempre maggiore di debiti.

Ero tra le persone piene della speranza che, in qualche modo, la crisi finanziaria avrebbe dato agli americani (e ad altri) una lezione sulla necessità di una maggiore uguaglianza, una regolamentazione più forte e un miglior bilanciamento tra il mercato e il governo.

Purtroppo, non è andata così.

Al contrario, il risorgere dell’economia di destra - pilotata, come sempre, dall’ideologia e dagli interessi individuali -, ha minacciato ancora una volta l’economia globale, o almeno le economie dell’Europa e dell’America, dove queste idee hanno continuato a prosperare.

Negli Stati Uniti questa rinascita delle destre, i cui seguaci evidentemente cercano di abrogare le leggi fondamentali della matematica e dell’economia, sta minacciando di costringere il governo a fare un default sul debito pubblico. Se le autorizzazioni di spesa del Congresso superassero le entrate, ci sarebbe un deficit e quel deficit andrebbe finanziato.

Invece di bilanciare attentamente i benefici di ogni programma di spesa del governo con gli svantaggi dell’innalzamento delle tasse per finanziare gli aspetti positivi, la destra cerca di usare le maniere forti, non consentendo al debito nazionale di aumentare la spesa, costringendole nei limiti delle imposte esistenti.

Tutto questo lascia aperta la questione delle priorità delle spese, e se le spese per pagare gli interessi sul debito pubblico non sono importanti, allora il default è inevitabile. Per di più, tagliare le spese in questo momento, nel mezzo di una crisi causata dall’ideologia del libero mercato, farebbe semplicemente prolungare la flessione.

Un decennio fa, durante il boom economico, gli Stati Uniti avevano un attivo di bilancio così grande che si credeva avesse potuto eliminare il debito nazionale.

Quindi cosa è successo?

Le guerre e i tagli alle imposte insostenibili, una severa recessione e i costi del sistema sanitario in forte aumento – alimentati in parte dall’impegno dell’amministrazione di George W Bush di lasciare carta bianca alle aziende del farmaco per la determinazione dei prezzi, mettendo a repentaglio le finanze governative – hanno rapidamente trasformato un enorme surplus in un deficit record per i periodi di pace.

I rimedi per il deficit degli USA provengono direttamente da questa diagnosi: rimettere l’America al lavoro stimolando l’economia; porre fine alle guerre senza senso; contenere i costi sanitari e militari; e alzare le tasse, almeno sui più abbienti.

Ma la destra non ne vorrà sapere, piuttosto sta spingendo per tagli ancora più consistenti alle tasse per le corporations e i ricchi, abbinati ai tagli alla spesa negli investimenti e nella protezione sociale che mettono il futuro dell’economia statunitense a rischio e che fanno a pezzi quello che ancora rimane del contratto sociale.

Nel frattempo, il settore finanziaria USA sta facendo grosse pressioni per liberarsi dalle regolamentazioni per poter tornare ai vecchi sistemi disastrosamente imprudenti.

Ma la faccenda va un po’ meglio in Europa. Anche se la Grecia e altri paesi sono in crisi, la medicine du jour sono sempre i logorati pacchetti di austerità e le privatizzazioni, che solo renderà le nazioni che li abbracceranno sempre più poveri e vulnerabili. Questa medicina ha fallito nell’Asia Orientale, in America Latina e in qualsiasi altro posto, e fallirà anche questa volta in Europa. In effetti, è già fallito in Irlanda, Lettonia e Grecia.

Esiste un’alternativa: una strategia per la crescita economica supportata dall’Unione Europea e dal FMI. La crescita farebbe ripristinare la fiducia che la Grecia sia in grado di ripagare i suoi debiti, facendo abbassare i tassi d’interesse e lasciando più spazio fiscale per successivi investimenti a favore della crescita.

La crescita incrementa le entrate fiscali e riduce le necessità della spesa pubblica, così come i sussidi per la disoccupazione. E la fiducia che viene generata porta a una crescita ancora maggiore.

Purtroppo, i mercati finanziari e gli economisti di destra considerano il problema dal lato opposto: credono che l’austerità aumenti la fiducia, e di conseguenza la fiducia porterà alla crescita. Ma l’austerità mina la crescita, peggiorando la salute fiscale del governo, o almeno ottenendo meno risultati di quanto promettono i sostenitori dell’austerità. In entrambi i casi, la fiducia viene erosa e viene attivata una spirale regressiva.

Abbiamo ancora bisogno di un altro esperimento costoso basato su idee che hanno fallito a ripetizione? Non dovremmo, ma sembra sempre più probabile che dovremmo farcene carico comunque.

Se l’Europa o gli Stati Uniti fallissero nel raggiungere una crescita robusta, le cose per l’economia globale si metterebbero davvero male. Un insuccesso di entrambe sarebbe disastroso, anche se le più grandi nazioni emergenti realizzassero una crescita per il loro sostentamento.

sabato 21 maggio 2011

L'esattore porta la multa. Gli allevatori lo sequestrano

Prima le manifestazioni di piazza (Cagliari, sabato scorso), poi gli assalti alle sedi (Torino e Milano), quindi le minacce armate (sempre in Sardegna) ed ora anche il sequestro di persona. Fare l'esattore delle tasse, oggi, sembra diventato più pericoloso che fare il poliziotto o il militare. Ne sa qualcosa un dipendente di Equitalia di Vicenza, presentatosi ieri in un'azienda agricola di Lonigo con una cartella esattoriale da 587 mila euro, sequestrato per alcune ore da sei allevatori di bestiame inferociti.

Sono dovuti intervenire i Carabinieri, che hanno poi segnalato i fatti alla magistratura, per placare il titolare dell'azienda agricola ed i suoi vicini di casa, scatenati alla vista della cartella esattoriale dovuta ad una multa per lo sforamento delle quote latte. I sei hanno prima danneggiato l'auto dell'esattore (uno dei vicini gli avrebbe rotto il parabrezza con una gomitata), poi lo hanno coperto di insulti e sequestrato.

«Rilasciandolo» solo dopo l'arrivo dei militari e l'intervento della direzione di Vicenza di Equitalia, che ha dovuto inviare all'allevatore un fax spiegando che la titolarità del credito era dell'Agea, l'agenzia che eroga i contributi agricoli, e che Equitalia non avrebbe quindi potuto sospendere il debito. Non è che l'ultimo episodio di un'ormai lunga serie di violenze ed intimidazioni ai funzionari dell'agenzia pubblica di riscossione dei tributi. La crisi economica e le nuove norme per il recupero di multe, contributi e tasse non pagate, sono tornati a farli odiare quasi come lo erano i gabellieri medievali. In un diluvio di esecuzioni immobiliari coatte, pignoramenti e ganasce fiscali, la situazione sta degenerando.

martedì 3 maggio 2011

Dati Ocse: crescono le disuguaglianze!

I dati Ocse usciti oggi confermano quanto affermiamo da tempo: il sistema capitalista è fonte di crescenti e sempre più radicali diseguaglianze!


ROMA (Reuters) - In un contesto che vede il divario tra ricchi e poveri crescere in gran parte dei paesi Ocse, l'Italia si piazza al quinto posto per livello di disuguaglianza complessiva, dietro a Stati Uniti e Gran Bretagna ma avanti a Francia e Germania.
Lo si desume dal rapporto "Growing income inequality in Oecd countries: what drives it and how can policy tackle it?" che gli economisti di Parigi hanno appena pubblicato.
L'Ocse spiega che nel corso degli ultimi 20 anni fino all'inizio della crisi economica globale, il reddito reale disponibile delle famiglie è aumentato in tutti i paesi membri (1,7% all'anno in media).
Ma nella grande maggioranza dei casi il reddito del 10% più ricco della popolazione è cresciuto più rapidamente del reddito del 10% più povero.
"Nella media il reddito del 10% più ricco della popolazione è di circa nove volte quello del 10% più povero", spiegano gli economisti di Parigi.

Anche se questo rapporto è molto più basso nei paesi nordici e in molti paesi dell'Europa continentale, sale a circa 14 a 1 in Israele, Turchia e Stati Uniti, ad un massimo di 27-1 in Cile e Messico.
Nella media dei 29 paesi presi a riferimento per lo studio, il reddito del decimo percentile più ricco è cresciunto del 2% contro l'1,4% del decimo più povero. L'Italia ha registrato un aumento marginale dei redditi (+0,8%), che nasconde però la crescita pari all'1,1% per il decile più ricco a fronte del +0,2% messo a segno dal decile più povero.

ITALIA VICINA A STATI UNITI PER CONCENTRAZIONE REDDITI
Il coefficiente di Gini, un indicatore della disuguaglianza che va da zero (redditi identici) a 1 (tutto il reddito va a una sola persona), nella media dei Paesi Ocse era pari a 0,28 a metà anni Ottanta. Dal 2000 in poi è aumentato di circa il 10% a 0,31.
Basandosi su questo indice, l'Ocse calcola che la disuguaglianza di reddito è aumentata in 17 dei 22 paesi membri per i quali sono disponibili dati adeguati. In Finlandia, Germania, Israele, Nuova Zelanda, Svezia e Stati Uniti, il coefficiente di Gini è aumentato di oltre 4 punti percentuali. E solo cinque paesi (Turchia, Grecia, Francia, Ungheria e Belgio) hanno registrato una diminuzione, anche se di piccole dimensioni.
Dati disaggregati per singoli paesi non ce ne sono, ma il rapporto mostra che l'Italia è più vicina ai paesi anglosassoni che all'Europa continentale per concentrazione dei redditi.
Con un coefficiente di Gini a circa 0,35, l'Italia è sopra la media Ocse e immediatamente dietro Messico, Stati Uniti, Israele e Regno Unito. La Germania è al decimo posto mentre Svezia, Danimarca e Norvegia si confermano alla guida degli Stati più egualitari.
La crescita della disuguaglianza si è concentrata soprattutto nei periodi di positiva congiuntura economica, aspetto "che solleva la questione del perché non tutti hanno beneficiato della crescita allo stesso modo", spiega l'Ocse.
Sebbene sia difficile valutare appieno il ruolo di molte potenziali forze motrici, l'Ocse individua tre fattori che possono aver fatto la differenza.
Innanzitutto la globalizzazione, che ha aumentato la domanda (e quindi i redditi) dei lavoratori più qualificati e ha di converso ridotto, anche a causa dei flussi migratori, il reddito dei meno qualificati.
Ha inciso sulla disuguaglianza anche la trasformazione della famiglia: l'aumento dei nuclei "con un solo genitore" spiegherebbe ad esempio buona parte della maggiore disuguaglianza negli Stati Uniti, secondo uno studio citato nel rapporto.
Terzo, influisce sulla disuguaglianza anche la minore capacità dei sistemi fiscali di redistribuire efficacemente il reddito tra la popolazione.